Antonio, il maestro sui binari

Da più di vent'anni il suo campo d'azione sono i binari. Prima con Reali, ora con Casada dopo la fusione. Il passaggio? "Il mio lavoro è sempre il mio lavoro. Esco da casa senza nessun problema per venire a lavorare. Faccio un lavoro che mi piace."
Cosa cambia tra un cantiere tradizionale e uno ferroviario? "Sul cantiere sei libero nelle manovre. Sul binario sei limitato: devi lavorare in blocchi precisi, in altezza, in rotazione. E poi c'è l'attenzione costante: il treno che passa, il segnalino, la linea di contatto. Non puoi distrarti, assolutamente no."
La parte più impegnativa? "I tempi. Hai tre, quattro ore per scavare in mezzo al binario, posare un tubo, riempire e riaprire la linea. Lavori con l'occhio sull'orologio. Devi essere concentrato al massimo e saper gestire l'imprevisto."
Il primo cantiere ferroviario? "A Balerna, per fare uno scambio. Più o meno ventun anni fa, con Reali."
E la squadra? "Io vado d'accordo con tutti. Faccio il mio, cerco di dare una mano quando posso. Non ho mai avuto problemi su quello."



Quando stacchi, cosa fai? "Palestra. Prima giocavo a calcio, sulla fascia, ma mi adattavo anche come tappa buchi. Sono stao a Claro, a Lodrino, poi ho finito a Osogna. Quando avevo 38 anni ho smesso col calcio e adesso faccio palestra e bicicletta. Ho anche la patente d'allenatore, livello due: ho allenato le giovanili e un po’ mi manca."
La palestra è una questione seria per Antonio. Consiglia le schede ai colleghi, predica la cultura dello scarico fisico a fine giornata. "Con questi mezzi, se non lo fai, fai fatica", dice guardando verso i binari della stazione di Maroggia.
Famiglia? "Tre figlie. E sono già nonno.” Confida che figlie e nipoti gli portano via più tempo ora di quando le prime erano piccole, ma riesce a trovare lo stesso il tempo per qualche viaggio: "Napoli mi è piaciuta tantissimo. Sono stato a Londra l'anno scorso. Quest'anno Frankfurt e poi punto alla Norvegia, prima dell'inverno. Mi piace il freddo."
Rispetto al passato, la differenza sta nel fatto che le mete non le raggiunge più in moto “Avevo una Yamaha da strada e ho fatto tutti i passi svizzeri, tutta la Valtellina. Poi ho dovuto smettere: a un certo punto ti devi conoscere e sapere limiti e rischi."
Antonio racconta tutto con la stessa calma. Le manovre sui binari e le curve in moto, le schede in palestra e la nipotina che lo chiama. Così si arriva a lavorare trent'anni nel settore, sempre con la stessa voglia di salire su un mezzo ogni mattina.